Casellario giudiziale
Aforisma dell’autore: “Troppi nomi, troppe storie forse sbagliate messe lì a testimoniare vite passate.”
In quest’opera, Gennaro Corbi costruisce una superficie stratificata che richiama visivamente un archivio, una griglia di tracce che allude a un accumulo di nomi, storie e identità. Le forme ripetute, organizzate in una struttura apparentemente ordinata, suggeriscono un sistema di classificazione che tenta di contenere la complessità dell’esperienza umana.
Eppure, questa apparente razionalità è continuamente disturbata dalla materia pittorica, che vela, cancella, confonde. Le immagini sottostanti emergono solo parzialmente, come memorie imperfette o documenti deteriorati dal tempo. Nulla è completamente leggibile, nulla è definitivamente fissato.
“Troppi nomi, troppe storie forse sbagliate messe lì a testimoniare vite passate” introduce una riflessione critica sulla fragilità di ogni sistema di registrazione. L’atto di catalogare, di attribuire un nome, non garantisce verità né giustizia: può diventare riduzione, semplificazione, persino errore.
La superficie diventa così un campo di tensione tra memoria e oblio, tra volontà di conservare e inevitabilità della perdita. La presenza della linea diagonale, che attraversa la composizione, rompe la staticità della griglia e introduce una dinamica di attraversamento, come se qualcosa sfuggisse a ogni tentativo di contenimento.
Corbi non rappresenta individui, ma ciò che resta della loro registrazione: tracce anonime, frammenti di esistenze ridotte a segni. In questo senso, l’opera si configura come una riflessione sulla distanza tra vita vissuta e memoria archiviata.
Ciò che emerge non è un racconto, ma una consapevolezza: che ogni storia, una volta fissata, rischia di essere trasformata, alterata, o semplicemente dimenticata. E che, dietro ogni nome, esiste una complessità che nessun sistema può realmente contenere.
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