Ho ritrovato un vestito di mia madre
Aforisma dell’autore: “Ma non riesco a vederlo con gli occhi di allora.”
Un vuoto incorniciato, attraversato da una presenza fragile, incompleta, quasi consumata dal tempo. L’opera si costruisce attorno a questa tensione: ciò che resta e ciò che non può più essere recuperato.
Il frammento centrale — tessuto, superficie, reliquia — non si offre come oggetto, ma come residuo. Non racconta una storia precisa, ma ne trattiene l’eco. La cornice, invece di contenere, amplifica l’assenza: delimita uno spazio che non può più essere abitato come un tempo.
“Ma non riesco a vederlo con gli occhi di allora.” introduce una frattura irreversibile. Non è l’oggetto ad essere cambiato, ma lo sguardo. Il passato non è più accessibile nella sua forma originaria: ogni tentativo di ritorno è mediato, alterato, inevitabilmente distante.
Ciò che emerge è una memoria che non restituisce, ma trasforma. L’abito — o ciò che ne resta — diventa una soglia tra presenza e perdita, tra riconoscimento e estraneità. Non è più possibile abitare quell’immagine: si può solo osservarne la distanza.
In questo senso, l’opera non parla del ricordo, ma della sua impossibilità di essere vissuto di nuovo.
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