La mia città
“La mia città non è solo un intreccio di palazzi e strade, ma un mosaico di vite, di sogni, di identità. Forme e colori si cercano, si sfiorano, si sovrappongono, mentre le storie scorrono e si annodano le une alle altre. Nel disordine apparente riconosco il mio ordine segreto: la mia città, viva e pulsante, stratificata come la memoria, intrisa di luce e di colore.”
In La mia città, Antonio Minervini costruisce una geografia emotiva più che una mappa riconoscibile. L’opera non descrive uno spazio urbano reale, ma ne evoca il ritmo, la stratificazione e la tensione interna attraverso un linguaggio astratto fatto di moduli geometrici, campiture cromatiche intense e sovrapposizioni dinamiche. La città diventa così un organismo vivo, in continua trasformazione, composto da equilibri instabili e connessioni inattese.
Il fondo rosso, vibrante e avvolgente, agisce come campo energetico primario, una sorta di tessuto pulsante su cui si innestano forme rettangolari e segmenti cromatici che richiamano architetture, percorsi, intersezioni. I colori — accesi, contrastanti, talvolta dissonanti — non cercano armonia decorativa, ma restituiscono la complessità dell’esperienza urbana: movimento, sovrapposizione, caos e ordine che convivono.
Elemento centrale della ricerca di Minervini è l’assenza di una collocazione definitiva dell’opera. La mia città può essere installata sia in verticale che in orizzontale, senza che una delle due soluzioni prevalga sull’altra. Questa scelta non è formale, ma concettuale: come la città, l’opera rifiuta un unico punto di vista, invitando l’osservatore a rinegoziare continuamente il proprio orientamento e la propria lettura. Ogni rotazione genera nuove relazioni tra le forme, nuovi flussi visivi, nuove possibilità interpretative.
In questo senso, La mia città non è un luogo fisso, ma una condizione mentale: uno spazio aperto, mutevole, che esiste solo nel dialogo tra opera, ambiente e sguardo.
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