Lo specchio oscuro
Aforisma dell’autore: “Anche uno specchio può catturare il buio dell’anima.”
In Lo specchio oscuro, Gennaro Corbi trasforma lo specchio da strumento della visione a superficie dell’introspezione. Ciò che dovrebbe restituire un’immagine rimane invece immerso nell’oscurità, come se la sua funzione non fosse più mostrare ciò che siamo, ma trattenere ciò che normalmente non riusciamo a vedere.
La forma geometrica, isolata all’interno di un campo quasi completamente nero, assume una presenza silenziosa e ambigua. La sua superficie non riflette un volto né un ambiente riconoscibile: sembra custodire tracce, cancellazioni, residui di un’immagine che non vuole o non può manifestarsi. Persino il sottile contorno luminoso non apre realmente lo spazio, ma ne sottolinea il confine.
Il buio diventa così una dimensione interiore. Non è semplicemente assenza di luce, ma materia psicologica: memoria, inquietudine, pensieri rimossi, tutto ciò che appartiene alla parte più nascosta dell’identità.
Con estrema economia di mezzi, Corbi costruisce un’immagine che obbliga lo spettatore a cercare dentro ciò che non viene mostrato. Lo specchio non restituisce più l’osservatore: gli restituisce la propria incapacità di vedersi fino in fondo.
In questa prospettiva, Lo specchio oscuro diventa una metafora dell’anima stessa: una superficie apparentemente immobile, dietro la quale continua a vivere una realtà che la luce non riesce completamente a raggiungere.
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